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come si comunica la storia

Sabrina Manzari

La comunicazione storica nel tempo della condivisione: il ritorno alle radici

“Una memoria collettiva sia nazionale che di partito, di chiesa, o comunque di un grande gruppo sociale nasce da eventi che hanno la forza di coinvolgere e rendersi memorabili, ma poi anche dalla capacità di dare forma organizzata e quindi durata temporale ai contenuti di una memoria che va aureolandosi di mito e intrecciando alla realtà documentabile le libertà della favola.”

Mario Isnenghi

Ad un mese di cammino, l'anno 2014 supera di gran lunga quel 2001 - allora solo immaginato - fantasticato in «2001: Odissea nello spazio» ma è ancora lontano dal profetico 2500, romanzato misticamente da Pierre Boulle nel celebre “Il pianeta delle scimmie”.
Nei soliti bilanci di fine e inizio anno, un primo risultato positivo emerge dal  percorso intrapreso in questi primi 13 anni (e un mese) del ventunesimo secolo: la condivisione della conoscenza.
L'approfondimento culturale oggi assume i ritmi dell'immediatezza di internet e della simultaneità della condivisione, semplificabili in un onomatopeico “clic”, neologismo inglese che fornisce un' eloquente testimonianza dello sviluppo della comunicazione intrapreso negli ultimi cinquant'anni.
L'aspirazione del tempo presente a garantire un accesso equo e il più largo possibile alla cultura è solo una delle sfide intellettuali che derivano - e permangono, quasi come irrisolte, per quanto frenetiche - dalla rivoluzione culturale degli anni sessanta, nel mondo, del decennio '68 – '78 nella provincia europea.
Da sempre la materia culturale è tutta una questione di termini e di utilizzo che di questi se ne fa, quindi comprenderne le leggi di divulgazione, potrebbe rivelarsi utile ritornare alle origini dei suoi termini costitutivi.
A voler rintracciare l'origine dei movimenti e delle tendenze culturali la teoria antropologica è satura di metodologie e studi che tuttavia, sono tutt'altro che immediati, data l'ampiezza dei fenomeni e gli aspetti da prendere in considerazione.
Nel tempo della memoria e del ritorno alle radici, si può ripartire dall'etimologia per rintracciare l'avvento della rete sociale semplificabile in tre parole prime: democratizzazione – comunicazione – condivisione.
È in questa triade che si riassume l'evoluzione psico-sociale della popolazione mondiale degli ultimi cinquant'anni.
Dalla democratizzazione del secondo dopoguerra alla comunicazione degli anni Settanta, i primi 13 anni del ventunesimo secolo sono dominati dal termine condivisione: di contenuti, di testimonianze fotografiche, di luoghi virtuali.
La democratizzazione appartiene invece ai primi trent'anni del secondo dopoguerra, ed è un vocabolo  ridondante per ciò che rappresenta: il punto di partenza di un processo di evoluzione atto a spostare la cultura stessa nel dominio pubblico.
Risalgono alla Francia del luglio 1959 le prime linee metodologiche di “liberazione” della materia culturale dai vincoli specialistici. È André Malraux, l'allora Ministro della cultura Francese (Ministero denominato “degli affari culturali”) che per la prima volta pronuncia la parola “démocratisation” al fine di: «rendere accessibile il patrimonio e il linguaggio culturale al più grande numero di francesi».
Se si adopera il termine democrazia per designare una sovranità popolare, pensare la cultura in maniera democratica significò allora, cominciare a mettere a disposizione del grande pubblico quell'insieme di saperi da sempre riservato al mondo erudito.
La sola idea che la divulgazione di affari culturali potesse educare l'umanità ed elevarne lo spessore, ha fatto sì che la produzione culturale francese venisse riorganizzata in quel sistema che oggi è chiamato “politica culturale”.  Tale processo ha determinato la riscrittura degli scenari sino ad allora impostati: la riflessione su un nuovo linguaggio museale, l'avvicinamento e l'inclusione del pubblico non specializzato, l'ideazione di nuovi strumenti di fruizione.
Nel decennio '68 - '78 la parola chiave è comunicare, laddove per comunicare s'intese trasmettere il sapere. Un esempio eloquente della dilagante esigenza di divulgazione di cultura è il quinquennio '70-'75 in Italia, quando, dopo la nascita delle Regioni a statuto ordinario, la Legislazione Bibliotecaria marca il passaggio alle Regioni delle funzioni amministrative statali in materia di musei e  biblioteche.
In un tal contesto storico e dopo l'esplosione di benessere economico degli anni '60, paradossalmente la situazione scolastica Italiana era ancora stantia e blindata. Questo stato delle cose era imputabile principalmente ad un'organizzazione troppo rigida dei percorsi di studio “prestabiliti” in base all'origine sociale, ciò che poi ha determinato il bisogno di autodeterminazione e la lotta al “diritto allo studio”, ampiamente rivendicato dal 1968 in poi.
Nel frattempo gli Stati Uniti alle prese con la Guerra del Vietnam, mettevano in piedi progetti in sordina, ma che in realtà preannunciavano la rivoluzione culturale della condivisione e la nascita della rete.
Nel 1969 viene avviato il progetto ARPANET dell'Agenzia statunitense ARPA (Advanced Reaserch Projects Agency, oggi DARPA): uno studio sulla possibilità di condividere informazioni tramite computer.
È la genesi della ragnatela mondiale: il World Wide Web.
La creazione di una rete di comunicazione globale, che permettesse a chiunque di condividere testi, immagini e saperi di ogni ambito disciplinare, ha permesso di proseguire con l'ambizioso progetto di rendere la cultura accessibile a tutti.
Tuttavia, questa grande ragnatela pone spesso il problema di una confusione di conoscenze e di una difficoltà nell'indirizzare le ricerche verso fonti attendibili; occorre un filtro di lettura, una mediazione.
Il dizionario Treccani fornisce una definizione semplice ed immediata del termine mediare: «dividere per metà; interporsi , comporre un contrasto facendo opera di mediazione».
È presto detto, in un contesto di fruizione smodata e veloce, è necessario fare ordine, riorganizzare le conoscenze per poterle divulgare in maniera efficace.
La mediazione può essere quindi il passaggio successivo alla condivisione: una sorta di azione di conciliazione tra due saperi/oggetti diversi, a volte opposti, a volte semplificati, a volte trasmessi (comunicati) da più punti di vista.
In arte o letteratura, la mediazione è l'atto di conciliare due linguaggi diversi all'interno dello stesso argomento, ma può anche interporsi tra la materia complessa e l'apprendista, semplificando il processo di apprendimento.
Oggi  considerata espressione vaga e“fumosa”, la mediazione culturale definisce in realtà un metodo di semplificazione dei linguaggi e potrebbe fornire un ottimo strumento per orientarsi in discipline di cui non si riconoscono le forme di espressione.
In ambito storico, è mediazione l'azione dello storico stesso, il quale “divide a metà” gli eventi, scomponendoli in causa-effetto e interponendo la propria competenza come strumento di mediazione oggettiva tra la molteplicità delle fonti.
Saper leggere le fonti, distinguerle per livelli di autenticità ed analizzarne il contesto storico in cui sono prodotte sono tutte azioni che lo storico compie per mediare la materia storica e per poterla scardinare dall'ambiente leggendario in cui è immersa, individuando la realtà documentabile e distinguendola dalle libertà della favola, come  esortava Mario Isnenghi.
Saper mediare un fatto storico, implica il saperlo comunicare: lo storico ha il dovere deontologico di partire da un'osservazione oggettiva degli eventi e di svilupparli attraverso un'attenta analisi delle fonti, per poterli narrare.
Tuttavia oggi, nel tempo del ricordo, un buono storico deve poter mediare tra i dati “fatti” e la memoria di chi c'era, e dovrebbe potersi interporre tra la Grande Storia e la microstoria, passando attraverso la memoria, ma tenendo a mente che memoria è: “ricordo e presenza ideale che un fatto o una persona lasciano di sé”, in altre parole lo storico non dovrà mai dimenticare che la memoria non è altro che la  capacità del nostro cervello di conservare impressioni, immagini, sensazioni e nozioni che influiscono sul nostro comportamento, in maniera persistente, e che non può risultare pertanto, narrazione oggettiva.

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