logotype

come si comunica la storia

Antonio Plescia

Il massacro di Katyń

Cracovia, croce a ricordo del massacro di Katyn

Nell’aprile-maggio 1940, gli agenti del NKVD fucilarono più di 25mila cittadini polacchi, in maggioranza ufficiali dell’esercito, ma anche intellettuali, imprenditori, docenti universitari, insegnanti, funzionari, proprietari terrieri, poliziotti e preti presi prigionieri durante l’occupazione sovietica della Polonia orientale, avvenuta in seguito al  pactum sceleris siglato tra  Adolf Hitler e Joseph Stalin il 23 agosto 1939. Gran parte dell’Intelligencija polacca fu eliminata. Questo eccidio, perpetrato con lo scopo di spezzare le radici di un’eventuale rinascita polacca, è passato alla storia come il massacro di Katyń dal nome della località presso Smolensk dove si trovava uno dei campi di concentramento dei prigionieri polacchi e dove furono scoperte le prime fosse riempite dei corpi dei fucilati. Attualmente l’espressione denota, più precisamente, l’uccisione dei cittadini polacchi prigionieri di guerra dei campi di Kozielsk, Starobielsk e Ostashkov e i detenuti  di quelle che Stalin considerava  Bielorussia e Ucraina occidentali.
Il massacro di Katyń sarebbe solo uno e neanche, numericamente, tra i più sanguinosi degli innumerevoli crimini staliniani, se non lo si considerasse oltre che nella sua efferatezza, anche nel contesto delle relazioni internazionali. Infatti, intorno ai fatti di Katyń, la propaganda sovietica realizzò, non senza la complicità dei politici e a volte degli storici occidentali, una gigantesca operazione di falsificazione, occultamento e rimozione della verità che non ha paragoni nella storia contemporanea.
I sovietici cercarono di addossare la colpa dell’eccidio alle truppe tedesche, creando una propria “versione di comodo” che diffusero grazie a una potente macchina di propaganda, mobilitando tutti i mezzi a loro disposizione.
Fino al crollo dell’Unione Sovietica lo storico che rifiutava questa versione era sospettato, quando addirittura non accusato, di sminuire o addirittura negare i crimini nazisti. Soltanto con la politica di Perestrojka (ristrutturazione) di Michail Gorbačëv e soprattutto la sua Glasnost’ (trasparenza) si ebbero le prime avvisaglie di verità, e una parte della documentazione per anni tenuta segreta negli archivi di Mosca venne resa accessibile agli storici russi e polacchi, permettendo la ricostruzione dei fatti, per quanto parziale.
Fino ad arrivare all’ammissione di responsabilità, quando un anno dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il presidente Boris Eltsin passò al presidente polacco Lech Wałęsa i testi delle decisioni del Politburo che avevano decretato lo sterminio di decine di migliaia di prigionieri di guerra e le deportazioni di centinaia di migliaia di cittadini polacchi. Nel 1992, durante la visita al monumento eretto dallo stato polacco in memoria delle vittime dell’eccidio di Katyń, Eltsin depose una corona di fiori e disse solamente :«Perdonateci, se potete» (nota 1).
Il massacro di Katyń è esemplare per quello che riguarda due essenziali caratteristiche interdipendenti dei sistemi totalitari del novecento: l’uso sistematico del terrore di massa come mezzo di amministrazione ordinaria e il ruolo dell’ideologia come guida per il terrore. Sono gli aspetti degli stati totalitari che più hanno colpito gli storici contemporanei, e che rappresentano le analogie più profonde fra i totalitarismi moderni di destra e di sinistra. Il tentativo di creare una società nuova, utilizzando metodi scientifici dell’“igiene sociale” e della “purificazione” dal “contagio borghese”, accomuna i regimi totalitari del XX secolo. Il terrore ideologico, basato sull’idea di purificazione della società dai corpi estranei e nocivi dei cosiddetti parassiti sociali, definiti in base all’appartenenza alla classe sociale antagonista oppure al gruppo etnico nemico, rappresenta il denominatore comune del regime nazista e di quello sovietico (nota 2). Katyń è un caso emblematico di “pulizia di classe”, come Auschwitz lo è di “pulizia etnica” (nota 3).
Il 5 marzo del 1940 secondo un’ informativa preparata da Lavrentij Berija, capo della polizia segreta sovietica, direttamente per Stalin, alcuni membri del Politburo dei Soviet (Stalin, Molotov, Lazar Kaganovič, Mikhail Kalinin, Kliment Voroščilov, e Berija stesso) firmarono un ordine di esecuzione degli attivisti “nazionalisti e controrivoluzionari” detenuti nei campi e nelle prigioni delle parti occupate di Ucraina e Bielorussia. Nel periodo dal 3 aprile al 19 maggio quasi 25mila prigionieri di guerra polacchi vennero così assassinati. L’ordine dette una certa libertà agli ufficiali di medio rango del NKVD di trasferire in altri campi alcuni prigionieri che presentavano un “interesse operativo” per i sovietici.
Sono stati in questo modo ”risparmiati” 448 prigionieri dei campi per gli ufficiali, tra i quali il conte Józef Czapski, il futuro aiutante del generale Anders, il dottor Solomon Slowes, e il professor Stanisław Swianiewicz autori di diversi libri su Katyń (nota 4).
Il metodo con cui furono eseguite le esecuzioni era studiato nel dettaglio. Inizialmente venivano verificati i dati anagrafici del condannato portato in una cella isolata. Dopo essere stato fatto entrare nella cella, era immediatamente ucciso con un proiettile alla nuca. Il colpo di pistola veniva mascherato tramite l’azionamento di macchine rumorose. Il corpo veniva portato all’aperto passando da una porta posteriore e poi veniva caricato su uno dei due camion appositamente predisposti per il trasporto. A questo punto toccava alla vittima successiva. Questa procedura venne ripetuta ogni notte, a eccezione della festa del I maggio. Nei pressi di Smolensk la procedura era diversa: i prigionieri erano portati sul bordo delle fosse con le mani legate dietro la schiena e uccisi con un colpo di pistola.
Non c’è ombra di dubbio che la fucilazione degli ufficiali polacchi fu dettata anche da considerazioni di sicurezza dello stato sovietico, in questo caso non distinguibili da quelle di puro imperialismo ideologico e politico, che ne facevano un nuovo episodio nella storia secolare dei tentativi russi di soggiogare la Polonia. L’Unione Sovietica stava per annettere più di metà della Polonia e i suoi dirigenti erano determinati a eliminare quei membri della nazione polacca che nel futuro avrebbero potuto guidare una lotta per la sua rinascita (nota 5). Non va inoltre trascurato un fattore psicologico dietro l’odio staliniano verso i polacchi: secondo varie indicazioni, Stalin nutriva una particolare avversione verso i polacchi, memore dell’umiliante sconfitta subita dall’Armata Rossa presso Varsavia nel 1920, sconfitta di cui portava una responsabilità diretta (nota 6).
Il destino dei prigionieri di guerra polacchi fu svelato per la prima volta poco dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica del giugno 1941, quando il governo polacco in esilio a Londra e il governo sovietico concordarono di cooperare contro la Germania e decisero di formare un’armata polacca in territorio sovietico. Nel momento in cui il generale Anders iniziò a organizzare questa armata, egli richiese informazioni sugli ufficiali polacchi “scomparsi” che riteneva essere ancora prigionieri in territorio sovietico. Stalin rassicurò lui e Sikorski, durante un incontro personale, sostenendo che tutti i polacchi erano stati liberati, anche se alcuni di loro potevano essere fuggiti.  Il vero destino dei prigionieri che mancavano negli elenchi rimase un mistero fino all’aprile del 1943, quando la Wehrmacht scoprì le fosse comuni di oltre 4mila ufficiali polacchi nella foresta dei pressi di Katyń. Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich, vide in questa scoperta un eccellente strumento per inserire un cuneo tra Polonia, Alleati occidentali e Unione Sovietica. Da Londra il generale Sikorski pretese che la Croce rossa aprisse un’indagine sul posto con un’apposita commissione d’inchiesta internazionale. Mosca, per reazione ruppe i rapporti con il governo polacco in esilio accusandolo di diffondere «calunnie naziste» e di agire «in combutta con il governo di Hitler».
L’incidente occorso il 4 luglio 1943 all’aereo di Sikorski, di ritorno dal Medio Oriente dove era stato in visita al contingente militare polacco lì schierato, che precipitò in circostanze misteriose nei pressi di Gibilterra, fu incidente o sabotaggio sovietico? Sia le investigazioni tedesche sia quelle successive della Croce rossa internazionale sui cadaveri di Katyń avrebbero prodotto prove evidenti che il massacro si era verificato all’inizio del 1940;  un periodo in cui l’area era ancora sotto il controllo sovietico.
L’operazione per insabbiare la verità da parte dei sovietici invece fu enorme. A loro volta allestirono una spedizione sul luogo, istituendo una commissione d’inchiesta, inventarono che l’eccidio risaliva all’autunno del 1941, così da poter essere attribuito ai tedeschi e nel 1946 al processo di Norimberga, situati dalla parte dei vincitori e cercarono di far ricadere il crimine sui nazisti.  Lasciarono perdere quando la difesa tedesca, in merito a Katyń, stava per metterli in evidente imbarazzo e quando Stati Uniti e Regno Unito si rifiutarono di appoggiare il loro tentativo di mistificazione e di sgravo di responsabilità. I sovietici non insistettero su questo tema e il caso Katyn non sarà neppure menzionato nella sentenza del processo di Norimberga (nota 7).
Durante gli anni della guerra fredda, le autorità comuniste polacche occultarono la questione in accordo con la propaganda sovietica, censurando deliberatamente qualsiasi fonte che potesse fare luce sul crimine sovietico. A livello internazionale la vicenda rimase controversa, nonostante nel 1953 una relazione del Congresso, che seguiva un’attenta investigazione statunitense del biennio 1951-1952, affermava incontestabilmente la responsabilità sovietica dell’eccidio.
Questa campagna di falsificazione della storia e delle coscienze perdurò quindi anche nel dopoguerra persino in occidente, con atteggiamenti di connivenza soprattutto inglesi.
Per coprire il massacro di Katyń, il Cremlino creò ad arte anche la storia dell’eccidio di Hatyn, una località bielorussa 60 km a nord di Minsk, dove nel 1943 venne compiuta una strage di militari russi. Sui manuali di storia sovietici venne raccontato solo l’eccidio di Hatyn, la cui colpa veniva attribuita all’esercito nazista occupante. Per decenni le autorità, le scolaresche, gli stranieri in visita furono condotti a Hatyn per apprendere tutti i particolari della barbarie germanica.
Il depistaggio di Hatyn andò avanti per decenni, fino a quando il grande scrittore bielorusso Vasil Bychau denunciò pubblicamente nel 1993 alla radio l’uso strumentale di Hatyn.  Aggiunse pure che con ogni probabilità la strage fu compiuta non dai nazisti, ma dagli ucraini, collaborazionisti. La questione della responsabilità rimase controversa a ovest, così come oltre la cortina di ferro. A esempio, nel Regno Unito alla fine degli Anni Settanta, progetti per un memoriale delle vittime che recava come data il 1940 piuttosto che il 1941 vennero condannati come provocatori del clima politico della guerra fredda.
Nel 1989 studiosi sovietici rivelarono che Stalin aveva effettivamente ordinato il massacro, e nell’ottobre 1990 Gorbačëv porse le scuse ufficiali del suo paese alla Polonia, confermando che la NKVD aveva giustiziato i prigionieri e aggiungendo l’esistenza di altri due luoghi di sepoltura simili a quello di Katyn: Mednoje e Pyatikhatki. Il leader sovietico, però, sostenne che i documenti cruciali, tra cui l’ordine di fucilare 25mila polacchi senza neppure avanzare contro di loro un capo di imputazione, non si sapeva dove fossero. Invece era una delle pochissime persone che ne conoscevano l’esistenza.
La verità venne a galla in via ufficiale solamente dopo l’apertura degli archivi segreti del Politburo e finalmente, il 14 dicembre 1992, Boris Eltsin consegnò al presidente Wałęsa una copia del documento che ordinava il massacro degli ufficiali polacchi.  Nel 1992 alcuni funzionari russi rilasciarono documenti top secret del “Plico sigillato n. 1”. Tra questi vi era la proposta del marzo 1940 di Lavrentij Beria, di passare per la armi 25.700 polacchi nei campi di Kozielsk, Ostashkov e Starobielsk e di alcune prigioni della Bielorussia e dell’Ucraina occidentali, con la firma tra gli altri di Stalin; estratti dell’ordine del Politburo del 5 marzo 1940;  una nota di Aleksandr Ščelepin a Nikita Kruščëv del 3 marzo 1959, con informazioni sull’esecuzione di 21.857 polacchi e con la proposta di distruggere i loro archivi personali.
Durante la visita in Russia dell’allora presidente della Polonia  Aleksander Kwaśniewski, nel settembre 2004, funzionari russi annunciarono la volontà di trasferire tutte le informazioni sul massacro di Katyń alle autorità polacche non appena fossero state declassificate. Nel marzo 2005 le autorità russe posero fine a un’investigazione durata un decennio. Ma il pubblico ministero militare capo russo, Aleksandr Savenkov, dichiarò ufficialmente che il massacro non era da considerare genocidio o crimine contro l’umanità. Nonostante le dichiarazioni fatte in precedenza, 116 dei 183 volumi di documenti raccolti durante l’investigazione russa, così come la decisione di porvi fine, furono coperte da segreto. Come conseguenza di ciò, l’Istituto nazionale per il ricordo polacco decise di avviare una sua indagine con un gruppo di magistrati guidati da Leon Kieres. Il 22 marzo 2005 il Sejm (parlamento) polacco, inoltre, approvò all’unanimità un atto con il quale si chiese che sugli archivi russi fosse tolto qualsiasi segreto. Il Sejm, inoltre, nell’occasione inoltrò ufficialmente alla Russia la richiesta di classificare il massacro di Katyn come genocidio.
Esattamente a settant’anni di distanza, il 10 aprile 2010, un crudele destino ha colpito nuovamente la Polonia e i suoi vertici. L’aereo presidenziale, il Tupolev TU-154M sul quale viaggiavano il presidente della Polonia Lech Kaczyński, la moglie e diversi altri membri ed ex componenti delle più alte istituzioni polacche, si è schiantato al suolo in fase di atterraggio, pare per colpa delle avverse condizioni meteorologiche, causando la morte degli 89 passeggeri e dei 7 membri dell’equipaggio. Il volo era diretto proprio ad una cerimonia di commemorazione delle vittime dell’eccidio di Katyń.
Un altro passo ufficiale di riavvicinamento definitivo alla Polonia da parte di Mosca per fare i conti con il passato, dopo anni di passi indietro, rispetto a Eltsin, dovuti alla politica ambigua e poco trasparente del principale politico russo degli anni duemila, l’attuale primo ministro già presidente della Russia, Vladimir Putin, è arrivato il 26 novembre 2010. La camera bassa del parlamento russo, la Duma ha approvato una dichiarazione nella quale si afferma senza dubbio alcuno, che il massacro di oltre 22mila ufficiali polacchi a Katyń, nel 1940, fu ordinato da Stalin. La dichiarazione intitolata «La tragedia di Katyń e le sue vittime» è stata approvata con 352 voti a favore e 57 contrari e rientra nella «campagna di destalinizzazione» che l’attuale presidente russo Dmitrij Medvedev sta utilizzando per smarcarsi dal premier Putin, che fu sì costretto ad ammettere i crimini, ma in maniera meno netta, mentre Medvedev si è dimostrato aperto, democratico e soprattutto più chiaro (nota 8).  Questo pronunciamento è degno di rilievo perché ancora oggi si discute se configurare o no il massacro di Katyń come genocidio contro il popolo polacco, crimine per il quale non esiste un termine di prescrizione. La Russia, pur avendo riconosciuto di fronte all’evidenza dei fatti la propria responsabilità storica, resta contraria a quest’ultima ipotesi giuridica.
Dal punto di vita storiografico, gli studiosi finora hanno continuato a mantenere una distinzione spesso implicita tra la fucilazione degli ufficiali polacchi come atto della politica estera sovietica, e quindi crimine internazionale, e le deportazioni della popolazione civile dai territori annessi, non perseguibili legalmente a livello internazionale perché riconducibili in qualche modo nell’ambito della politica interna della sovranità nazionale. Ma il caso di Katyń rappresenta un esempio emblematico della pulizia di classe in cui perdono senso le distinzioni tra politica estera e politica interna, ma rimane l’unico reale significato di crimine contro l’umanità e i diritti umani.
La memoria di Katyń ci dovrebbe aiutare a trarre una grandissima lezione della storia del XX secolo perché ha contribuito alla nascita di una nuova cultura internazionale e di una politica estera basata sul principio che la difesa dei diritti umani non è una questione interna da lasciare alla discrezionalità, e spesso all’arbitrato dei singoli governi (nota 9).

 

Bibliografia

AA.VV., Il libro nero del comunismo , Mondadori, Milano 1998.

Anders, Władysław, La strage di Katyń. Fatti e documenti, Edizioni del borghese, Milano 1967.

Conquest, Robert, Il secolo delle ideologie assassine, Mondadori, Milano 2001.

D’Amico, Gerardo, La Duma ammette: “Il massacro di Katynordinato da Stalin”, Il Mattino, 27 novembre 2010.

Fontette, François de, Il processo di Norimberga, Editori Riuniti, Roma 1997.

FitzGibbon, Louise, Katyn,  Scribner’s Sons, New York 1971.

Medvedev, Roy, Lo Stalinismo, Mondadori, Milano 1972.

Pellicani, Luciano, La società dei Giusti. Parabola storica dellognosticismo rivoluzionario, Etas, Milano 1995.

Slowes, Salomon, The Road to Katyn. A Soldier’s Story, Blackwell, Oxford 1992.

Zaslavski, Victor, Il massacro di Katyn, Il crimine e la menzogna, Ideazione, Roma 1998.

Zaslavsky, Victor, Pulizia di classe-Il massacro di Katyn, Il mulino, Bologna 2006.

 

nota 1 Zaslavsky, Victor, Pulizia di classe – Il massacro di Katyn, Il Mulino, Bologna 2006, p. 9.

nota 2    Pellicani, Luciano, La società dei Giusti. Parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario, Etas, Milano 1995.

nota 3    Zaslavski, V.,  Op. cit., p. 11.

nota 4    Slowes, Salomon,  The Road to Katyn. A Soldier’s Story, Blackwell, Oxford 1992.

nota 5    FitzGibbon, Louis, Katyn, Scribner’s Sons, New York 1971, p. 13.

nota 6    AA.VV., Il libro nero del comunismo, Milano, Mondadori, 1998, p. 340 ss.

nota 7    Fontette, François de  Il processo di Norimberga, Editori Riuniti, Roma, 1997, p. 72.

nota 8    D’Amico, Gerardo, La Duma ammette:“Il massacro di Katyn ordinato da Stalin”, Il Mattino, 27 novembre 2010.

nota 9    Zaslavsky, V., op. cit., pp.125-126.

2018  Master in Comunicazione Storica  globbers joomla templates