MASTER
comunicazione storica

I mondiali dell’82. Come una vittoria ha unito e rafforzato una nazione.
Come e perché la vittoria italiana ai mondiali di calcio dell’82 ha unito la nazione.
di , 15 Aprile 2021, Il Blog degli studenti del Master , 6a edizione

I mondiali dell’82. Come una vittoria ha unito e rafforzato una nazione.

Ogni generazione porta nella memoria alcuni eventi, che, anche a distanza di anni rimangono vividi nei ricordi, al punto da poter rievocare le emozioni che ci provocarono, le cose che stavamo facendo quando fummo colti dalla notizia, addirittura alcuni ricordano cosa mangiavano e quale odore ci fosse nell’aria. Così la mia generazione ricorda la caduta delle torri gemelle, associandola al programma televisivo che era stato cancellato per dare la notizia, e la vittoria dei mondiali del 2006 ricordando le persone che abbracciammo all’ultimo tiro di rigore. Per la generazione precedente invece a svettare sono il rapimento Moro, le stragi nelle piazze e la vittoria dei mondiali nell’82. Una serie di ricordi che si mescolano tra di loro e che finiscono per costruire le nostre identità e in certi casi, addirittura, a rafforzare l’idea di Nazione. Come nell’82 quando la vittoria ridesta negli italiani un sentimento patriottico che sembrava essersi perso tra le bombe, le sparatorie e gli intrighi politici. Un processo di ricostruzione dell’idea di nazione che inizia nel ’78. Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, presidente della DC, il 9 Maggio segna una ferita profonda nella giovane Italia repubblicana. L’avvicinamento tra i due principali partiti, DC e PCI, non è riuscito a tenere unito il Paese e a provare a rimettere in piedi i pezzi, nemmeno un mese dopo, è la Nazionale di calcio guidata da Enzo Bearzot che si appresta a giocare i mondiali argentini. Una nazionale giovane, vitale e brillante, dedita a un gioco entusiasmante e speranzoso, in netta controtendenza con il clima buio che avvolge la patria. L’illusione che una squadra di calcio riesca a tenere unito un paese dura però poche partite, 6 per la precisione, e crolla di fronte ai tiri dalla distanza degli olandesi. Il portiere italiano, Dino Zoff, viene accusato dalla stampa di essere cieco e ormai “bollito”.  Gli anni passano, la situazione non migliora, il 1980 è un anno chiave, con tre eventi che nel giro di pochi mesi scuotono nuovamente l’Italia. A Marzo scoppia il Totonero, uno scandalo calcistico legato alle scommesse clandestine, che vede, tra i tanti, colpevole anche Paolo Rossi, attaccante protagonista dei mondiali del’ 78. Nel mese di Giugno si disputano gli Europei, che si concludono per l’Italia, padrona di casa, con uno sbilenco quarto posto. Ancora una volta il calcio non riesce a distrarre gli italiani dalla difficile situazione sociale e anzi la combinazione tra gli scandali e i pessimi risultati non fa che aumentare la rabbia dei tifosi. A peggiorare ulteriormente lo scenario nazionale è poi lo scoppio di una bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto, che provoca 85 morti, una strage su cui ancora oggi aleggiano ombre. Il clima di sfiducia colpisce anche la squadra di Bearzot, una squadra che sembra unire solo nelle critiche negli attacchi. Difatti, nel 1982 alle porte del Mondiale sono in pochi a credere nel gruppo selezionato dal CT. Del resto le scelte si prestano facilmente agli attacchi dei tifosi e dei giornalisti: Roberto Pruzzo, attaccante della Roma appena laureatosi capocannoniere del campionato, viene lasciato a casa a vantaggio di Paolo Rossi, rientrato dopo 2 anni di squalifica. Lo stesso presidente della Figc, Federico Sordillo, dopo una vittoria stentata in amichevole dice: “Se le premesse sono queste meglio tornare  a casa.” Una nazionale che quindi è ben lontana dall’unire un popolo diviso dagli scandali, dai dissidi politici e dalle tragedie, un popolo che ancora fatica a divenire nazione. Diversa è la situazione nel gruppo squadra, forte e unito come non mai, del resto Bearzot lavora con la maggior parte dei titolari fin dal ’78 e ogni sua scelta è fatta per cementificare l’unione. Unione che si rafforza quando i giocatori, stanchi delle critiche ormai andate ben oltre l’aspetto calcistico, decidono di andare in silenzio stampa. L’unico a poter parlare è Zoff, il capitano, quarantenne di poche parole. Forse è da questo scenario da “noi contro il mondo” che comincia la risalita della nazionale e il cambio di opinione della stampa e della gente. Difatti nella seconda fase l’Italia batte prima l’Argentina e poi il superfavorito Brasile. La partita contro i verdeoro, per cui la vittoria finale sembrava una mera formalità, è probabilmente il più bell’incontro giocato dalla nazionale, secondo solo al “Match del secolo” di 12 anni prima. Se nel ’70 gli italiani si erano riversati nelle strade in piena notte ( a causa del fuso orario) per festeggiare il successo, anche qui l’entusiasmo e travolgente e comincia a far credere alla nazione intera alla possibilità di vincere per davvero il mondiale.  Emblematico è il caso di Paolo Rossi, fino a pochi giorni prima disprezzato e considerato inutile, e diventato, dopo la tripletta ai brasiliani, il simbolo e l’eroe di un’intera nazione. Da quel momento il cammino verso il trionfo è poco più che una formalità, Rossi segna prima 2 gol che valgono la vittoria con la Polonia e poi apre le danze nella finale contro la Germania Ovest, che termina con il punteggio di 3-1. Una partita passata alla storia anche per l’urlo di Tardelli, autore del 2-0, un’immagine che ancora oggi sembra quasi “urlare” la gioia di un uomo che sa di giocare anche per un popolo intero. La conquista della coppa non solo riconcilia stampa e tifosi con i giocatori, ma contribuisce alla costruzione della nazione. Un ruolo fondamentale viene poi svolto da Sandro Pertini, amatissimo presidente della Repubblica, che noncurante del protocollo esulta con gioia ad ogni gol degli azzurri. A dare ancor più valore in chiave unitaria è la scelta di Pertini di riportare la squadra in Italia con l’aereo presidenziale, a bordo di cui verrà immortalato nel giocare ad una storica partita a scopone in compagnia di Bearzot, Causio e Zoff. Un’immagine colma di semplicità, che avvicina ulteriormente il popolo italiano al presidente e ai giocatori.

Che il mondiale abbia ridestato l’amor patrio risulta evidente già dagli articoli scritti nei giorni successivi. Mario Soldati scrive sul Corriere della Sera:

“È questa la prima volta, dal lontanissimo 1918, durante la festa della vittoria nella guerra ’15-’18, la prima volta che mi sento patriottico all’antica[…] Perché non dovrei dirlo? Non c’è stato anche il 24 luglio? Non c’è stato anche il 25 aprile? Sì, senza dubbio: ma in queste due date certamente molto più gloriose, purtroppo l’Italia era ancora divisa, divisa dentro di sé. Oggi, non più. Proprio in straordinaria, misteriosa coincidenza non più. C’è qualcosa di nuovo nell’aria.”

Anni più tardi Hobsbawm in Nazioni e Nazionalismi avrebbe scritto:

“Una comunità di milioni di individui frutto dell’immaginazione sembra più reale sotto forma di undici persone con nome e cognome. E l’individuo, anche quello che si limita a fare il tifo, diventa, un simbolo della propria nazione.”

L’Italia stessa aveva già vissuto  l’uso politico del calcio durante il fascismo, quando divenne campione per ben due volte, nel ’34 e nel ’38, quando nel mondiale francese, il capitano azzurro Meazza salutò con il braccio teso prima di ricevere la coppa. Un autentico gesto di sfida, visto il contesto politico di allora e soprattutto il clima con cui era stata accolta la nazionale, fischiata in tutte le partite dagli esuli italiani. Forse il mondiale del ’82 serviva proprio a dare definitivamente le spalle al passato fascista, almeno nel calcio, conquistando il primo mondiale dell’era repubblicana. Una vittoria che avrebbe portato benefici non soltanto in patria, ma anche alle comunità italiane che vivevano all’estero. Paolo Rossi che avrebbe vinto il pallone d’oro nello stesso anno sarebbe diventato uno dei nomi più popolari con cui gli stranieri avrebbero approcciato gli italiani, e per i brasiliani, a dimostrare, quanto il calcio dia e tolga, sarebbe diventato “l’uomo che aveva fatto piangere il brasile“. Un gruppo di individui destinato a segnare un prima e dopo, ad iniziare un decennio che avrebbe visto l’Italia crescere economicamente e il cambiare radicalmente. Del resto il premier Giovanni Spadolini, prima della partenza, aveva detto agli azzurri:

“Una tendenza storiografica moderna che vede e scrive la storia non già su fatti politici ma sugli altri fatti, apparentemente minori, ma forse più dei fatti politici incidenti sulla vita quotidiana della gente. In altre parole, se voi vincere il mondiale, la memoria storica degli italiani del 1982 sarà molto più legata ai vostri nomi che non ai nomi del governo Spadolini.”

Bibliografia:

Brizzi Riccardo, Sbetti Nicola, Storia della coppa del mondo di calcio (1930- 2018). Politica, sport, globalizzazione, Firenze, Le Monnier, 2018.

Guasco Alberto, Spagna ’82 Storia e mito d’un mondiale di calcio, Roma, Carrocci, 2016.

Ginsborg Paul, Storia dell’Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino, Einaudi, 2006.

Dietschy Paul, Storia del calcio, Vedano al Lambro (MB), Paginauno, 2014.

Dietschy Paul, Pivato Stefano, Storia dello sport in Italia, Bologna, Il Mulino, 2019.

Foot John, Calcio 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, Milano, Bur, 2015

Papa Antonio, Panico Guido, Storia sociale del calcio in Italia, Bologna, Il mulino, 2002.

login | privacy