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comunicazione storica

Aldo Moro, 40 anni dopo. L’eredità di una tragedia politica italiana
di , 2 Luglio 2018, Il Blog degli studenti del Master , 5a edizione

Aldo Moro, 40 anni dopo. L’eredità di una tragedia politica italiana

«Giovedì 16 marzo, un nucleo armato delle Brigate rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati corpi speciali, è stata completamente annientata. Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la Dc è stata artefice nel nostro Paese – dalle politiche sanguinarie degli anni Cinquanta alla svolta del centrosinistra fino ai giorni nostri con l’accordo a sei – ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste».
(Brigate Rosse, primo comunicato)

È il 9 maggio 1978 quando viene trovato in una Renault rossa in via Caetani a Roma, dietro la sede delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e a poca distanza da quella della Democrazia Cristiana a Piazza del Gesù, il cadavere dell’onorevole Aldo Moro , presidente della DC.
L’uccisione dello statista italiano arriva dopo la brutale aggressione del 16 marzo, in cui perdono la vita cinque agenti della scorta in via Mario Fani, da parte di un commando armato delle Brigate Rosse e che per i 55 giorni di prigionia del presidente tiene con il fiato sospeso l’Italia intera.

Il rapimento, avvenuto a poche ore dal dibattito a Montecitorio sulla fiducia al quarto governo Andreotti e alla vigilia del voto parlamentare che per la prima volta dal 1947 sancirebbe l’ingresso del Partito Comunista nella maggioranza di governo, deve “processare” l’uomo politico e, attraverso lui, tutta la Democrazia Cristiana e tutto il sistema politico italiano di quegli anni.
Lo scopo del rapimento è infatti quello di indebolire e colpire il partito che in Italia è in quel momento il più forte, la Democrazia Cristiana, e che secondo le Brigate Rosse rappresenta l’asse dello stato imperialista delle multinazionali, fermando contemporaneamente l’ingresso del Partito Comunista Italiano nelle istituzioni con il “compromesso storico” al quale lavora da tempo proprio Moro.

Il clima politico di quegli anni verrà identificato con l’espressione “anni di piombo” che comprendono il periodo tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, anni durante i quali le Brigate Rosse impongono alla popolazione con atti violenti la loro visione politica del Paese e al Partito Comunista di continuare la battaglia violenta e rivoluzionaria per abbattere il capitalismo.
Questa situazione porterà il confronto politico di quegli anni ad una deriva violenta, manifestandosi con atti di terrorismo e violenze di piazza, traducendosi nella strategia della tensione che mira alla destabilizzazione degli equilibri precostituiti e che trova nella lotta armata la sua più violenta espressione.

In quella che sarà definita la prigione del popolo di Aldo Moro si verificheranno nei giorni della detenzione molte anomalie e strani episodi ancora oggi non irrisolti e che contribuiranno nel tempo a far diventare il caso Moro una delle pagine più nere della politica italiana, rappresentando una battuta d’arresto nel percorso della storia della Repubblica Italiana verso la democrazia che la lungimiranza di Aldo Moro aveva cercato di accelerare attraverso una politica di avvicinamento al Partito Comunista guidato da Enrico Berlinguer.
La grande intuizione di Aldo Moro che coglie prima degli altri, probabilmente troppo presto e in un contesto geopolitico ancora acerbo, il tramonto di un’epoca, quella della Guerra Fredda, appare oggi come uno dei maggiori momenti di intensa attività politica fatta con coraggio e orgoglio dal presidente barbaramente ucciso per quella che allora fu indicata come una fantomatica ragion di Stato e a cui venne negato, da parte dello Stato che lui generosamente serviva, la giustizia e la difesa in tutte le forme.

Gli stessi atteggiamenti di Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno in carica e di Benito Zaccagnini, segretario della DC, nasconderanno, dietro alla linea dura da tenere nei confronti delle Brigate Rosse usata in modo strumentale, la volontà di impedire la liberazione dello statista rapito attraverso contatti con l’organizzazione paramilitare denominata “Gladio”, promossa dagli USA attraverso la Nato per impedire la crescita del Comunismo nei paesi dell’Europa Occidentale, e con i servizi segreti.
Fatti per i quali oggi in molti concordano nel sostenere che l’uccisione di Aldo Moro sia stata pilotata dallo Stato Italiano su pressione degli Usa, ipotesi confermata a quaranta anni dalla scomparsa del presidente della Dc dai molti dubbi sul ruolo della politica di quegli anni in questa oscura vicenda scaturiti da nuove indagini postume.

Di quei giorni resta la memoria collettiva della levatura morale, dell’onestà intellettuale e della profonda umanità dell’uomo politico e del padre di famiglia e che lo stesso Moro più volte esprimerà nelle molte lettere scritte principalmente ai suoi cari e alla moglie durante la sua prigionia.
E che restano oggi un esempio e un insegnamento unico nel panorama politico italiano.
“Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”.

Bibliografia
Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, ed. Einaudi
Ferdinando Imposimato, Sandro Provvisionato, Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro, ed. Chiare Lettere

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