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comunicazione storica

La tragedia in Tv: Alfredino Rampi
di , 24 Giugno 2018, Il Blog degli studenti del Master , 5a edizione

La tragedia in Tv: Alfredino Rampi

La sera del 10 giugno 1981 Alfredo Rampi, un bambino romano di sei anni, cade in un pozzo artesiano in via di Vermicino. Le operazioni di soccorso attirano le attenzioni dei media, accorsi sul posto per raccontare un salvataggio in tempo reale e quindi una storia a lieto fine. Con il trascorrere delle ore però appare evidente che il recupero di Alfredo non sarebbe stato né veloce né semplice. Il pubblico italiano intanto si era appassionato alle sorti del bambino, e la Rai diede ampio risalto alla cronaca dell’evento. Le disperate fasi finali delle operazioni di salvataggio vennero coperte con una diretta televisiva di 18 ore. Per i milioni di italiani che avevano seguito la vicenda, si trattò di un vero e proprio shock.
L’impatto dell’incidente nella cultura italiana è stato profondo. A quei giorni si riconduce simbolicamente la perdita dell’innocenza della televisione italiana e la nascita di tutte quelle trasmissioni che oggi abbondano nel palinsesto italiano: Mattino Cinque, Pomeriggio Cinque, Storie Vere, Chi l’ ha visto?,etc.
Da allora l’estetica della narrazione mediatica del dolore e delle tragedie personali iniziò a mutare: era nata la cosiddetta Tv del dolore.
Ma cosa successe esattamente?
La notte tra il 10 e l’11 giugno si scoprì che Alfredo Rampi, smarritosi poche ore prima, si trovava incastrato dentro un pozzo, a una trentina di metri di profondità circa, e si credeva che il recupero del bambino sarebbe avvenuto da lì a breve.
Ad occuparsi per prime della vicenda furono le televisioni private locali, che nel cuore della notte, lanciarono un appello per recuperare una gru. Il caso volle che Pierluigi Pini, inviato del Tg2, assistesse alle trasmissioni e, incuriosito, si diresse verso Vermicino. Da quel momento la notizia inizia a diffondersi a macchia d’olio.
Il palinsesto televisivo di quei giorni stava per essere modificato radicalmente: prima il Tg1 “sforò”, poi le edizioni straordinarie, infine la lunga diretta televisiva.
Nelle intenzioni della Rai, la diretta doveva essere di breve durata. Fino a quei giorni del 1981, non si era mai tentata una lunga diretta fuori dagli studi televisivi, e la Rai quindi non era tecnologicamente attrezzata a far fronte a eventi di questo tipo. I tre telegiornali dell’epoca quindi si ritrovarono a dover disporre delle stesse immagini, visto l’esiguo numero di mezzi di ripresa e trasmissione.
Quando i primi tentativi di salvare Alfredino fallirono miseramente, tra la folla di professionisti e curiosi che si era radunata sul posto iniziò a serpeggiare il dubbio che il recupero del bambino non sarebbe stato affatto veloce: lo scavo di una galleria parallela al pozzo procedeva a rilento per via della conformazione rocciosa del terreno.
Alla tragedia intanto viene dato un volto umano: quello di Francesca Bizzarri, madre angosciata per la sorte del figlio. Nonostante il riserbo della donna, le telecamere cercano insistentemente di testimoniare il suo dolore. Fino ad allora le tragedie private non erano mai state mostrate in modo così esplicito in televisione: ciò rese la diretta dell’incidente di Vermicino un vero e proprio spartiacque per la televisione italiana, che da quel momento in poi registrerà una progressiva perdita della pudicizia di fronte a drammi personali e collettivi.
L’arrivo del Presidente della Repubblica Pertini nel luogo dell’incidente da un canto attestò la dimensione nazionalpopolare a cui era assorta la vicenda, dall’altro indusse i media a continuare la diretta, che a questo punto non poteva più essere interrotta.
La situazione di Alfredino nel frattempo diventava disperata. Il bambino era scivolato ancora più in basso, a oltre 60 metri di profondità. La soluzione della galleria parallela non era più praticabile. Vennero calati nel pozzo dei soccorritori improvvisati, selezionati per la corporatura minuta. I coraggiosi tentativi dei volontari vennero trasmessi a reti unificate. Angelo Licheri, uno dei volontari, riuscì ad afferrare il bambino, che però malauguratamente si ruppe il polso.
Anche questo tentativo era fallito.
L’ultimo a scendere nel pozzo, il 13 mattina, fu lo speleologo Donato Caruso, che annunciò ai vigili del fuoco la probabile morte di Alfredo. Quella mattina stessa, la Rai comunicò agli italiani che le speranze erano finite e che con tutta probabilità il bambino era deceduto.
La diretta durò 18 ore, un record, e vi assistettero oltre 28 milioni di telespettatori.
In Italia la cronaca nera, per la prima volta, era diventata uno spettacolo.
Da allora la Tv non sarà più la stessa.

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